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Regalia è il presidente dell’Adise, l’associazione italiana dei direttori sportivi: un premio alla serietà. Ma è anche il diesse della Pro Patria, al terzo posto in classifica nel girone A della seconda Divisione: “Sono tornato qui per dare un contributo. Ero andato via da Busto Arsizio nel 1970, dopo nove anni: cinque da gioca retore (era un centravanti, ndr) e quattro da allenatore. Avevo iniziato valorizzando Re Cecconi: corsa e volontà, un uomo d’oro. E ora sono di nuovo alla Pro Patri: mi sono fatto guidare dai sentimenti. Abbiamo dodici punti in classifica, uno in meno di Savona e Feralpi. In nove partite, fra campionato e coppa, abbiamo perso solo una volta”.
Oltre mezzo secolo a caccia di talenti. “Il segreto è stato quello di girare, documentarsi, confrontarsi, di vivere questo mestiere con passione, senza smettere mai di imparare. La gioia più grande è stata quella di veder crescere tanti ragazzi”. Nel Bari e nella Lazio ha vissuto i momenti più emozionanti. “Alla ripresa del campionato, dopo la sosta per gli impegni della nazionale di Prandelli, è in programma proprio Bari-Lazio. È la mia partita del cuore, perché in queste due società ho trascorso periodi eccezionali. A Bari sono stato vent’anni: ho fatto il tecnico, il direttore sportivo, il direttore generale, l’amministratore unico. Con la famiglia Matarrese abbiamo portato avanti progetti importanti. Ricordo le vittorie a San Siro contro Inter e Milan. Nella Lazio sono rimasto per sei anni. Arrivai a Roma con i fratelli Calleri nel 1986: la squadra era stata penalizzata di nove punti in serie B. I libri contabili erano finiti in tribunale. Al campo Maestrelli avevano addirittura staccato la luce a causa delle bollette non pagate. Ma c’era la forza di ripartire: in silenzio furono create le basi per una Lazio di alto livello. Da brividi gli spareggi per evitare la C a Napoli: in tribuna, per la sfida con il Campobasso, c’erano venticinquemila tifosi biancocelesti”. La Lazio è prima in classifica, il Bari regala spettacolo e raccoglie applausi. “Da quando Reja è arrivato in panchina, la Lazio ha cambiato marcia: la squadra aveva chiuso in bellezza anche la scorsa stagione. Il tecnico ha portato equilibrio e saggezza. Il gruppo è valido. Henanes è un fuoriclasse, Ledesma è una garanzia. L a Lazio può entrare in Champion League e ripetere il miracolo fatto dalla Sampdoria nella scorsa stagione. Ma l’esame in Puglia sarà molto impegnativo: il Bari, da tre anni, offre il calcio più bello in Italia. Conte aveva stregato tutti in serie B. E Ventura, in A, ha continuato sullo stesso binario: schemi moderni, la spinta degli esterni, i gol di Barreto, la classe di Almiron, la sapienza di Donati. Nessuno gioca bene come il Bari”. Nel club di Matarrese quali sono stati i colpi di mercato più importanti? “Abbiamo lavorato molto in provincia, siamo sempre andati a cercare i giovani. Ricordo la diffidenza della gente, all’inizio, nei confronti di Zambrotta, prelevato dal Como. Stessa reazione quando prendemmo Mnagone dalla Solbiatese. Il segreto era arrivare prima degli altri, nel pieno rispetto delle nostre finanze. La filosofia è sempre stata quella di scoprire e valorizzare. In attesa dell’offerta irrinunciabile: penso al passaggio di Caricola alla Juventus, ai trasferimenti di Bigica e Amoruso alla Fiorentina, alle cessioni di Sala e De Ascentis al Milan, alla capacità del Bari di scegliere e rilanciare Perrotta dopo la sua deludente avventura nella Juventus. Matarrese ha sempre gestito il Bari con intelligenza. Zambrotta e De Ascentis, scoperti nel Como, fruttarono trentotto o trentanove miliardi di lire. Mangone ha vinto lo scudetto con la Roma di Totti. E pensare che il difensore con il Bari, stava passando alla Solbiatese al Seregno”. Arriviamo a quel fenomeno di Cassano. “Un ragazzo dai sentimenti speciali. Avrà anche commesso qualche ingenuità, ma è un campione che ha cuore e semplicità. Non mi sorprenderei se in futuro dovesse decidere di ritornare a Bari per chiudere la carriera.: è sempre stato innamorato della sua gente, del suo quartiere, dei suoi amici. Non ha dimenticato le origini. La Roma lo pagò tanto, ma in corsa c’era anche la Juve: l’offerta economica era la stessa. Fu Antonio a scegliere la maglia. Aveva un sogno: giocare al fianco di Totti. Sono felice che Cassano abbia saputo riconquistare un posto in nazionale. Lo trovo più maturo.: in campo subisce spesso marcature molto dure, , però non reagisce mai, non si ribella. Voglio bene ad Antonio: ha dato di sé sempre un’immagine reale,vera, mai costruita, con i suoi pregi e i suoi difetti. Il Bari, nella sua storia, ha puntato spesso sui giovani. Ricordo che con Fascetti centrammo una promozione in serie A grazie a tre attaccanti che avevano in media vent’anni: Flachi, Ventola e Di Vaio. Ma a Bari, a volte, abbiamo investito anche su gente famosa: nel 1995 ingaggiammo Ingesson e Andersson, titolari della nazionale svedese. Il centravanti, un anno prima, aveva segnato cinque gol ai Mondiali negli Stati Uniti, come Baggio e Romario”. Generare nuovi patrimoni: è uno degli obiettivi più urgenti del calcio moderno, ma per lei ha rappresentato da sempre uno dei punti fermi del suo lavoro. “Quando ero alla Lazio, feci prendere Ruben Sosa ai fratelli Calleri: lo avevo visto giocare, a diciassette anni, nel Saragozza, durante una partita di Coppa Uefacon la Roma allo stadio Olimpico. Ma non è stata l’unica intuizione: la nostra Lazio puntò all’inizio su Gregucci e Pin, che all’epoca erano giovanissimi. I soldi erano pochi, però le idee buone non sono mai mancate. E anche a Roma, in silenzio, riuscimmo a bruciare la concorrenza di Milanper Riedle e ad anticipare tutti su Gascione, frenato poi da una serie di gravi infortuni. A Cragnotti, prima di andare via e di tornare a Bari, consigliai di acquistare Signori”. Nel Bari attuale c’è ancora un giocatore scelto da Regalia: il portiere Gillet. “Vi racconto come l’abbiamo acquistato. Gillet, nel 2000 era nel Monza. Con Fascetti rimanemmo colpiti dai suoi interventi, dalla sua forza esplosiva: lo scoprimmo davanti alla televisione, poi continuammo a seguirlo in altre occasioni e nell’estate successiva lo facemmo arrivare a Bari”. Quali sono i segreti del Bari di Ventura? “La squadra gioca sempre con grande padronanza: non ha timori, non ha paure, le sue certezze nascono da una splendida organizzazione tattica. Barreto? Mi piace, ha velocità e una buona tecnica: è difficile da marcare, perché salta l’uomo e guadagna metri con facilità. Barreto, a Bari si è completato: si era già messo in evidenza nel Treviso e nell’Udinese, ma in Puglia ha trovato quella continuità che gli era mancata in preedenza. Ha trascinato in A il Bari di Conte. E alle dipendenze di Ventura ha fatto registrare ulteriori progressi. Così come si stanno rivelando fondamentali i due esterni, Alvarez e Ghezzal: quando partono, cercano sempre l’inserimento. La squadra ha elementi di alto profilo: Almiron e Donati riescono a integrarsi alla perfezione. L’argentino ha un lancio lungo e un tiro potente dalla lunga distanza: Donati è ordinato e robusto nei contrasti: con Almiron forma una coppia centrale che sta richiamando giustamente l’attenzione dei club di prima fascia. Non mi sbaglio: questo Bari continuerà a farci divertire”.
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